(testo di Sandro Polo, foto di Fabrizio Pietrini).

A pochi passi da piazza Farnese, affacciato sulla piazzetta di Santa Caterina della Rota, si trova il frequentatissimo Caffè Perù. Dall’esterno sembra un vecchio bar di quartiere, ma entrando si rimane colpiti dall’eclettica varietà di stili, decorazioni e inaspettati interventi artistici. Ne parla con noi, a nome dei soci che lo gestiscono, Salvatore Salmeri.

Sandro Polo. Ci racconti qualcosa sul Caffè Perù?

Caffè Perù. Noi siamo qui dal 2012, solo da due anni.  Questo era un bar di quartiere, della zona di Campo dei Fiori, e lo è ancora, nonostante le modifiche fatte al locale e gli sconvolgimenti sociali dell’area: in passato questo era un quartiere molto popolare, mentre oggi è un quartiere borghese, ricco.

S.P. Ci risulta che il bar sia nato negli anni ‘30.

C.P. Esatto, ed ha sempre avuto una gestione familiare: prima di noi erano titolari due signore, e prima ancora il loro padre. C’è stata una continuità generazionale. Quando siamo subentrati, molte persone, cresciute con la vecchia gestione, si sono preoccupate che il locale potesse cambiare radicalmente, e temevano che non fossimo in grado di gestirlo. Ma questo non è successo, per fortuna.

S.P. Siete stati ben accolti?

C.P. Si, dalla maggior parte della gente sì.

S.P. Chi sono i nuovi titolari?

C.P. Siamo un gruppo di otto amici di diversa estrazione sociale provenienti da ambiti diversi. Pur  non essendo del mestiere, abbiamo deciso di sperimentarci  in una nuova attività, come può essere quella di condurre un bar, molto particolare, situato in centro. In un certo senso siamo stati anche noi un po’ artisti.

S.P. Avevate un progetto?

C.P. Ovviamente volevamo avere successo, ma non solo economico, desideravamo dare continuità alla vecchia gestione, ma con la nostra impronta. Un’impronta attenta al business ma anche all’arte. L’idea era quella di dare una risposta alle esigenze dei vecchi clienti. Da quando siamo subentrati siamo riusciti ad essere benvoluti quasi all’unanimità dalla clientela, che comunque ci pregava di non rinnovare. Ma il posto doveva essere ristrutturato perché il locale era in condizioni disastrose. In parte era il suo fascino, ma in parte, ne eravamo certi, era la ragione per cui tanta gente non veniva. Era necessario un cambiamento, anche dal punto di vista igienico. Così decidemmo per un compromesso: anziché fare una ristrutturazione avremmo fatto un restauro. Per aprire un canale comunicativo con i clienti abbiamo pensato di fare una cosa abbastanza innovativa: non chiudere il bar durante i lavori, in modo che tutti potessero vedere quanto stava accadendo all’interno. Chi veniva ci comunicava il proprio punto di vista, le perplessità, i timori, venendo così a costruire un nuovo rapporto con noi. E’ stato rischioso perché temevamo che il Caffè non maturasse il gradimento che speravamo. Ma è andata bene.

S.P. Ci vuoi  parlare dei lavori eseguiti?

C.P. Abbiamo recuperato il vecchio bancone degli anni ’60, decorato con vetri e l’abbiamo  spostato contro la parete a destra entrando nel caffè, dove ora funziona da mensola. Recuperarlo è stato molto dispendioso. L’originale stigliatura, la struttura tecnico organizzativa alle spalle del bancone attuale, sempre degli anni ’60, è rimasta invece al suo posto.

Rimuovendo il pavimento a terra è emerso il marmittone degli anni ‘50, com’è volgarmente chiamato a Roma, rovinato in più punti. Per recuperare le lacune abbiamo chiesto l’intervento di Giancarlino Benedetti Corcos e di altri artisti del quartiere, i quali, coordinati dal maestro Giancarlino, in piena autonomia, hanno realizzato delle maioliche dipinte con soggetti vari da inserire nel pavimento e da applicare sulle pareti del Caffè. In questo modo, il risultato del restauro non è stato più una nostra esclusiva ma è divenuto il frutto di un contagio tra noi, la vita del quartiere, la creatività degli artisti e ciò che riaffiorava dell’antico locale man mano che i lavori di smantellamento procedevano.

S.P. Le lampade sono degli anni ‘60?

C.P. Queste lampade hanno come riferimento il simbolo del Punt e Mes, e sono sempre degli anni ’60.

Il bagno in origine era un bagno turco, ed era anche quello un’attrazione; abbiamo fatto in modo che continuasse ad esserlo ma stavolta grazie all’intervento degli artisti. Tra l’altro durante i lavori di restauro sono emerse le travi a vista dell’antico solaio e un mosaico degli anni ’30.

S.P. Sono tutti artisti del quartiere quelli impegnati nel bar?

C.P. Quasi tutti.

S.P. E’ cambiata la clientela dopo i lavori?

C.P. Prima la politica commerciale del locale era basata esclusivamente sui prezzi bassi. Noi non abbiamo aumentato i prezzi ma abbiamo sostituito molti prodotti, offerto un servizio diverso e aperto ad iniziative culturali di vario genere. Questo ha fatto si che alcune persone si siano allontanate ma nuovi clienti hanno preso a frequentare il bar.

S.P. Avete avviato anche un’attività espositiva?

C.P. Si, c’è una galleria che offriamo gratuitamente agli artisti, che spesso sono nostri clienti. A partire da Natale prossimo ci piacerebbe poter creare nella piazza davanti al locale un’isola pedonale, stiamo prendendo contatti con le associazioni dei commercianti. Certo, non è possibile fare tutto insieme ma ci sentiamo motivati. E a questo punto possiamo dire che l’esperimento stia riuscendo. Vorremmo in futuro fare teatro, cinema all’aperto. Qui vicino c’è Campo dei Fiori, che è una piazza laica sotto tutti i punti di vista. Ci sono tanti giovani, situazioni molo varie, alcune complicate,  ci piacerebbe davvero dare un’impronta diversa!

Caffè Perù
via Monserrato 46, Roma
Tel. 06.6879548

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