Intervista a Giorgio De Finis (testo di Sandro Polo, foto di Giulia Ripandelli e dal sito del MAAM).

Da Porta Maggiore percorro la Prenestina per raggiungere il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove, dove intervisterò Giorgio de Finis, il suo ideatore e curatore. Superata la Palmiro Togliatti la strada si restringe, diventa serpeggiante, popolosa, affollata di edifici di ogni foggia e colore, tipici delle periferie romane. Sulla destra c’è Tor Tre Teste con le vele della chiesa di Richard Meier, dall’altra parte Tor Sapienza, davanti il GRA. Ancora qualche centinaio di metri e riconosco le mura che circondano i fabbricati dell’ex salumificio Fiorucci, al centro una torre con il Telescopio di Gian Maria Tosatti puntato verso la luna. Sembra un fortino, un avamposto fatiscente e obsoleto: è il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove, dove le mostre vengono organizzate in occasione degli equinozi e dei solstizi. Parcheggio sotto il grande muro ricoperto di murales che affaccia sulla consolare e rimango colpito dalla grande Piedad di Borondo, una donna accovacciata e piegata che tiene in grembo la testa di un corpo giacente. Prima di entrare mi soffermo davanti al cancello di ingresso a leggere i nomi scritti sulle decine di cassette per la posta, sono quasi tutti nomi stranieri perché in questa ex fabbrica abitano duecento persone, migranti e italiani senza casa, che qui hanno trovato un tetto. Varcata la soglia mi ritrovo in una piazzola circondata da corpi di fabbrica cadenti, in fondo ad un viale un improbabile razzo, per terra grossolanamente ripetuto il disegno di Michelangelo per il pavimento della piazza del Campidoglio. Scopro, più tardi, che la piazzola ha un nome, gli abitanti l’hanno dedicata alla prima persona deceduta della comunità.

Arriva Giorgio de Finis, è sorridente, cordiale. Attraverso un atrio e una scala buia mi conduce nella ludoteca, al primo piano di uno degli edifici abbandonati. Nonostante la penombra individuo, tra muri scrostati, tubi, travi di cemento e vetri rotti, numerose opere d’arte. Sembrano sentinelle, animali selvatici vigilanti, allarmati e allarmanti. Sono entrato nel loro territorio. Ci sediamo e iniziamo l’intervista. È difficile resistere alle parole di Giorgio de Finis, al suo modo pacato e coinvolgente di narrare l’avventura e il senso del MAAM. Sono catturato dai suoi racconti, dalla passione che lo anima, da questo luogo diverso da qualsiasi altro. Ogni tanto getto uno sguardo fuori dalla finestra verso il centro di Roma, rendendomi conto che, da questo disorientante osservatorio, musei e gallerie d’arte appaiono lontane migliaia di chilometri, immobili, polverose.

Sandro Polo. Giorgio, dove ci troviamo? Ci parli di questo incredibile posto?

Giorgio de Finis. Ci troviamo nell’ex stabilimento del salumificio Fiorucci, chiuso una ventina di anni fa quando l’azienda decise di spostare la propria attività sulla via Pontina. Da allora il complesso industriale è rimasto abbandonato, finché non venne acquistato dal costruttore Salini con il progetto di abbatterlo per costruire delle palazzine residenziali. Prima che ciò avvenisse, nel 2009, la fabbrica fu occupata dal movimento dei Blocchi Precari Metropolitani e utilizzata per offrire un tetto a 200 persone, tra migranti e italiani, che vivevano l’emergenza casa. Lo spazio venne chiamato Metropoliz o Città Meticcia e voleva essere, tra l’altro, un laboratorio per sperimentare, su scala urbana, una diversa forma di interazione tra le varie culture di appartenenza degli abitanti.

S.P. Come sei entrato in contatto con questa realtà?

G.d.F. Sono arrivato qui la prima volta nel 2009, due mesi dopo l’occupazione. All’epoca partecipavo al progetto Primavera Romana, del collettivo artistico Stalker. Per tre mesi avevamo percorso a piedi 280 km attraverso quartieri e terreni a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Volevamo cercare di capire cosa accadeva in quella zona di frangia che ormai si può considerare una via urbana, lungo la quale c’è di tutto, dal campo, al pastore che fa la ricotta, alla discarica, all’area militare, all’alta velocità. Tra le varie scoperte ci fu anche Metropoliz, che all’epoca aveva ancora le sentinelle sul tetto ed era blindata. Due anni dopo, nel 2011, sono tornato qui insieme a Fabrizio Boni, con il quale avevo da poco realizzato C’era una volta Savorengo ker “la casa di tutti”, un filmato su un modulo abitativo, progettato dagli Stalker per il campo Rom Casilino ‘900, che oltre ad essere a norma costava la metà di un container. Con Fabrizio abbiamo presentato agli abitanti dell’ex fabbrica il progetto cinematografico e d’arte Space Metropoliz che venne accettato. Non volevamo fare un documentario su Metropoliz, ma giocare con il cinema come strumento “situazionista”, con un tema fantascientifico: raggiungere la luna con gli abitanti!

S.P. Raggiungere la luna con gli abitanti? Cosa significa? Perché volevate andare sulla luna?

G.d.F. Ci sembrava una bella metafora. La luna è lo spazio pubblico più vasto del sistema terra e, dai trattati internazionali, risulta non appartenere a nessuno, è un grande foglio bianco dove ognuno può immaginare un mondo diverso. Il concetto non era di scappare sulla luna ma di crearla qui nell’ex salumificio. Di dar vita a uno spazio dalle nuove possibilità, dove ricominciare con diverse regole e valori di convivenza. Per un anno abbiamo svolto un intenso lavoro a tema “lunare”,  invitando filosofi, astronauti, astrofisici, ufologi radicali e artisti; si sono svolte performance, interventi d’arte, conferenze, lezioni, mentre con gli abitanti di Metropoliz veniva costruito un fantomatico razzo…

S.P. E il MAAM quando arriva?

G.d.F. Conclusa l’esperienza di Space Metropoliz, sono stati gli abitanti stessi a chiederci di rimanere. Fabrizio non se l’è sentita, dopo un anno di massacrante lavoro. Io invece ho deciso di restare e, partendo dalla considerazione che l’arte, tra tutte le discipline, era quella che aveva operato meglio in questo contesto ed erano rimasti alcuni “relitti spaziali d’artista” che potevano costituire il primo nucleo di una collezione, mi sono lanciato nel progetto MAAM.

S.P.  In cosa consiste il progetto MAAM?

G.d.F. Il progetto sovverte le regole, calando la situazione di un museo d’arte contemporanea in un’occupazione abitativa. A differenza dei musei odierni dove si conserva o si valorizza l’opera d’arte fatta altrove e poi data in pasto al visitatore che la adula come in un tempio, il MAAM è uno spazio vivo, un luogo di sperimentazione artistica e culturale, di ricerca, elaborazione e relazione. Ha nel suo DNA la relazione con gli abitanti, è un museo occupato, un museo abitato: se togli gli abitanti da questo spazio non rimane più nulla, sarebbe solo un posto tristissimo. Un altro obiettivo del MAAM  è di far sì che questo posto non si trasformi in un’enclave, un fortino isolato dal resto della città. Portare l’arte a Metropoliz è un modo per far venire delle persone che non solo si interrogano sull’arte, ma si interrogano anche sul problema abitativo.

S.P. Attualmente al MAAM ci sono circa quattrocento opere alle quali se ne aggiungeranno prossimamente altre. Come vengono scelti gli artisti che le realizzano?

GdF. Alcuni li invitiamo noi, altri si propongono da soli o arrivano attraverso altri artisti. È importante si tratti di artisti professionisti perché il valore economico delle loro opere costituisce il vero baluardo contro l’abbattimento di questo complesso industriale, una sorta di barricata d’arte a difesa dei senzatetto di Metropoliz. La speranza è che, riempiendo di valore artistico questa ex fabbrica, si possano fermare le ruspe del costruttore Salini. Stiamo tra l’altro sperimentando un modo diverso di proporre l’arte, questa è una sorta di cattedrale laica. Pur rispettando ogni singola personalità artistica, i lavori vengono presentati uno accanto all’altro, in una sorta di continuità che trasforma il MAAM in una grande opera unica, un’opera corale che non è più di nessuno.

S.P.  E’ una bella sfida. Il mondo dell’arte come l’ha presa?

G.d.F. Se intendi come mondo dell’arte istituzioni e musei, non abbiamo molti rapporti. Abbiamo giocato con un acronimo come tutti ormai, ma in realtà pensiamo di essere un contro museo. Certo, quando leggo sui giornali che il MAAM compete con i grandi musei, sorrido, è un paragone che non ha senso: da una parte c’è Zaha Hadid, Odile Decq, e migliaia di euro di finanziamenti, qui invece c’è il tetto che cade. Noi siamo una piccola realtà che ovviamente non può competere con le grandi istituzioni museali, competiamo però in attività, energie, vitalità e capacità di dare un segno significativo alla città e per di più proteggiamo gli abitanti.

S.P. Ma un progetto così importante richiede denaro.

G.d.F. No, la struttura è abitata e si gestisce da sola e noi abbiamo scelto di azzerare l’idea di denaro, non chiediamo soldi o finanziamenti pubblici o privati e gli artisti realizzano le opere a proprie spese. Anche per la pubblicazione del catalogo non ci sono sovvenzioni, ogni artista paga le proprie pagine. A fronte della situazione dura che vivono gli abitanti di questo posto, non ci piace l’idea di chiedere denaro, farebbe perdere significato all’intero progetto.

S.P. Come interagiscono artisti e abitanti di Metropoliz?G.d.F. Dipende dall’artista. C’è l’artista che desidera relazionarsi con gli abitanti e chi preferisce lavorare in modo autonomo. Lo stesso vale per gli abitanti: alcuni si sono lasciati coinvolgere nella costruzione del razzo, del telescopio, hanno costruito i ponteggi e dato la disponibilità di dipingere dentro le loro case, altri sono meno partecipi. Il MAAM è un progetto che è relazionale nel suo insieme, non c’è la necessità, un po’ didascalica, di un coinvolgimento uno ad uno tra artisti e abitanti.

S.P. E il quartiere come ha accolto l’iniziativa?

G.d.F. A parte alcune eccezioni, il quartiere, come spesso accade, è l’ultimo ad aprirsi. Paradossalmente arriva più gente dal centro di Roma, dal resto d’Italia, perfino dall’estero che dalla zona, che ha difficoltà ad accettare uno spazio occupato illegalmente e abitato da migranti. È un quartiere complicato, con molte problematiche. Certo, immaginando in un delirio fantascientifico che Salini donasse la struttura al pubblico, Metropoliz diventerebbe una straordinaria risorsa per Tor Sapienza. Al di là delle 200 persone che vi alloggiano e delle numerose opere presenti, gli spazi della fabbrica, una volta bonificati, potrebbero essere messi al servizio di questa difficile periferia romana… Beh, non mi resta che dire: “Salini fai il salto, vieni con noi a fare il costruttore sulla luna, sali a bordo del razzo!”.

MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia

via Prenestina 913

orario visite: il sabato dalle 11:00 in poi

http://www.museomaam.it

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