(testo e foto di Giulia Ripandelli)

Quasi nessuno al mondo può dire di non conoscere Venezia: anche se non ci si è mai stati, pubblicità, cartoline, cinema ci hanno stampato nel cervello gli angoli più caratteristici della magica e meravigliosa città sull’acqua… ma quando si parte, lasciandosi indietro il silenzio delle piccole calli, o la confusione dei percorsi più turistici, c’è uno spazio al margine che, passando da un intrico di binari, ponti, barche, auto e persone, fino ad una distesa d’acqua immobile, definisce un luogo che è il risultato di un punto di confine, di cesura, tra la realtà lagunare e quella della terraferma.

Tutto si mischia per un momento a ricordare quelle città avveniristiche e decadenti che vedevamo nei fumetti degli anni ’70, in cui mezzi supertecnologici, macchinari antichi e obsoleti, diversi e multiformi tipi di umanità condividono lo spazio incrociando le loro strade: palazzi antichi e architetture moderne di magazzini, ponti e parcheggi, barche da diporto, barconi da trasporto merci, navi da crociera e vaporetti, automobili e camion, gente a piedi, chi sopra un ponte, chi sotto. Un’atmosfera di transitorietà che si respira sempre nei porti e nelle stazioni, ma più articolata, multiforme. Ho smesso di contare le volte in cui arrivando o partendo sono passata da questo punto, finché, lasciata la laguna alle spalle e arrivati in terraferma, tutto rientra nella normalità e Venezia diventa già un ricordo un po’ onirico, di realtà separata.

Dura un momento il passaggio fra una normalità fatta di calli, canali e pedoni, e un’altra fatta di strade, macchine e campagne; ma avventurandosi a piedi lungo il ponte si scopre che fra le due esiste uno spazio di decantazione, dove fare lentamente piazza pulita di tutto ciò che era prima, una specie di oblio piatto, una distesa sempre diversa perché è paesaggio d’acqua e d’aria. Talvolta limpido e terso, magari color arancio nel sole al tramonto che scivola piano verso l’arco della zona industriale di Marghera, che vista da qui sembra quasi inoffensiva; talvolta immerso in un mare di latte, sopra e sotto, i legni scuri e le reti delle acquacolture che si rispecchiano nello specchio immobile, denso e argenteo punteggiato di uccelli. Intorno nulla; se non fosse che di fianco sfrecciano macchine, autobus e treni potrebbe sembrare una camminata verso l’ignoto.

E qui mi sono avventurata un giorno, per trascorrere lentamente in questo paesaggio, visto solo di corsa attraverso il finestrino di un treno, tra un mare di rotaie e scambi, e godere delle luci e del fascino di quest’acqua “di mezzo”. Il ponte è lungo, circa 4 km, e davo per scontato che, dall’altra parte, avrei trovato una fermata di autobus che mi avrebbe permesso di rientrare in città. Invece niente, la pista ciclo-pedonale finisce nel nulla, davanti a un fosso a ridosso di uno svincolo a tre corsie di scorrimento veloce.

Nessuna possibilità di proseguire o attraversare senza essere travolti. Nel frattempo il sole è tramontato e l’unica alternativa, per non passare la notte all’addiaccio, è tornare sui propri passi e ripercorrere a ritroso tutto il ponte.

Sta facendo buio e mi affretto sulla strada non senza un pizzico di inquietudine, le macchine e i bus continuano a sfrecciarmi accanto e il pensiero che, anche volendo, non avrebbero spazio per fermarsi un po’ mi tranquillizza. Approdo nella rassicurante Venezia che è quasi buio, con lo stesso sollievo di una barchetta che entra in porto lasciandosi alle spalle lo scuro mare che minaccia tempesta.

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