(di Giulia Ripandelli, foto dal sito ufficiale di Romaeuropa Festival).

Play come suonare, ma anche giocare. E’ il titolo della interessante e divertente mostra alla Pelanda del Macro Testaccio, quinta edizione di Digital Life, il progetto ideato e curato dalla Fondazione Romaeuropa Festival in collaborazione con importanti partners nostrani ed europei, e dedicato alle connessioni fra le nuove tecnologie e i linguaggi artistici contemporanei. Il tema di quest’anno è il suono. Durante la visita ci si imbatte in buffi e inquietanti automi semoventi oppure si può interagire con essi generando musiche e suoni con i propri movimenti. Una decina le installazioni alla Pelanda, cui si aggiunge un calendario di eventi ed una sezione distaccata al Palazzo M di Latina.

All’ingresso si viene accolti da “Babel V: Dream Man” di Douglas Henderson, una torre di Babele elicoidale formata da gialli altoparlanti. Come in un coro polifonico, la poesia di Russel Edson Sogno l’uomo, spezzettata parola per parola, ci suggerisce che il moltiplicarsi dei linguaggi anziché rappresentare la rovina diviene fonte di bellezza.

Maniacali e un po’ alienati nella loro coazione a ripetere, gli elementi di “Orchestra Stocastica” di Donato Piccolo creano suoni con oggetti d’uso quotidiano; programmati per agire in maniera consequenziale, sembrano tuttavia assorbiti e compresi ognuno nel proprio gesto meccanico, protagonisti inconsapevoli di un’unità sonora apparentemente casuale e sicuramente bizzarra.

“Arpa di Luce” di Pietro Pirelli, costruita da Gianpietro Grossi, ti accoglie nel buio reso magico da verdi raggi laser tesi in alto da un lato all’altro del grande spazio che, trasformandosi in gigantesca cassa armonica, risuona delle note calde e vibranti che i raggi stessi producono quando un pendolo mosso dai visitatori ne interrompe il fascio.

Un po’ impertinenti, invece, gli altoparlanti che seguono lo spettatore mentre questo si muove all’interno dell’installazione “Tutti” di Zahra Poonawala. Una serie di speaker fissi producono un suono di sottofondo su cui gli sbarazzini speaker mobili intonano le loro voci soliste, direzionandole a creare diverse spazializzazioni del paesaggio sonoro.

Ancora il buio ci permette di assistere all’impatto dei fasci energetici generati dalle bobine Tesla su una lastra di vetro. E’ “Impacts” di Alexandre Burton, consistente in una serie di sculture che generano una successione di creazioni ritmiche luminose e sonore all’approssimarsi del visitatore, riflessione sulla potenza delle forze elettromagnetiche ma anche sulla loro sublime bellezza.

Inquietante signore e padrone in una grande sala, recintato come un affascinante e mostruoso essere di cui non si conosce fino in fondo la pericolosità, “Cycloïd-e” di Cod.Act (André & Michel Décosterd) è un incrocio fra un minaccioso serpente metallico pronto a scattare, un robotico alieno arrivato da un altro pianeta e un elementare eppure complesso animale preistorico. Tastando ed esplorando lo spazio circostante con il suo unico occhio-cannocchiale, ora lentamente e con circospezione, ora con improvvisi guizzi e slanci, la sua voce intubata, dettata dagli stessi movimenti rotatori, delinea nell’aria incredibili orbite sonore che ricordano la Musica delle sfere.

Come una macchina leonardesca dotata di due grandi ruote meccaniche al cui centro è appesa un’altalena, “Balançoire” di Veaceslav Druta produce armonie sonore quando qualcuno si siede e si dondola. Le due grandi ruote, girando, mettono in vibrazione una serie di corde di chitarra che diffondono note e frasi musicali, combinandole in modo casuale a seconda del peso dello spettatore, della velocità dell’oscillazione e addirittura del modo in cui ci si tiene con le mani.

Chi non ha sognato, almeno una volta nella vita, di dirigere un’orchestra? L’installazione “Le Damassama” di Léonore Mercier è uno scenografico anfiteatro di campane tibetane che lo spettatore può dirigere grazie a dei sensori digitali: ognuno può creare la propria composizione sonora personalizzata attivando le campane una per volta, oppure molte contemporaneamente, solo grazie alla gestualità. Le lunghe note ricche di armonici di questi strumenti, che affondano le loro radici nei più antichi riti religiosi dell’Asia Centrale, risuonano nell’interiorità attivando un ascolto profondo dell’universo sonoro che viene creato.

L’antico telaio che tesse suoni e luci grazie all’intervento dello spettatore, richiama il valore storico e culturale legato ad un passato che fa parte dell’eredità dell’antica industria manifatturiera: è “Métier à Tisser Musical” di Kingsley Ng.

Infine, un po’ nascosto in una nicchia buia, troviamo “108” di Heewon Lee, un poetico lavoro incentrato sul tema sociale dei bambini abbandonati o orfani. A dare voce ai piccoli sono le lettere generate, attraverso un processo informatico, dai suoni di 108 carillon (ad ogni nota corrisponde un carattere), che si vanno a comporre su un grande schermo azzurro formando parole e frasi che ci svelano, narrate in prima persona, le loro emozioni e le loro storie.

Digital Life 2014 >> Play

La Pelanda – Macro Roma

Piazza Orazio Giustiniani 4

9 ottobre – 30 novembre 2014 http://www.romaeuropa.net

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